Un saluto dal piano b Federica Silvestri

Arriva un momento in cui decidiamo che una passione non potrà diventare il nostro lavoro. Cosa accade, allora? Odiamo il piano B della nostra vita e seppelliamo le nostre capacità in fondo alla routine? Oppure apprezziamo il pacchetto della nostra stabilità esistenziale e scegliamo che quelle passioni diventino la fiammella che da luce alle nostre giornate?

L’articolo di Federica Silvestri.

Stai per chiudere la porta alle tue spalle quando il dubbio di non aver spento i fornelli ti assale. Rientri. Già che ci sei fai il giro di casa per controllare se hai lasciato le luci accese e ti ricordi di non aver messo il profumo. Con la mano libera apri l’armadio, con l’altra tieni il sacchetto dell’umido dove giace quel che resta dello sgombro che hai mangiato ieri sera. La puzza di pesce si fonde con Chanel n.5 e ti invade le narici. Ti premuri che la busta non sgoccioli nel cassetto delle mutande che hai lasciato aperto, richiudi le ante con una spallata e scappi nuovamente verso la porta, sperando che questa volta sia quella buona. Venti minuti di ritardo ancor prima di uscire di casa e nessuna speranza che il traffico ti possa graziare.

È l’esordio di una giornata tipo: in macchina iniziano a telefonare e a farti domande alle quali, senza il computer davanti, è impensabile rispondere. In compenso, davanti a te hai un simpatico giovanotto che deve aver preso la patente coi punti del Conad e ti taglia la strada con un’inversione a U, senza contemplare l’ausilio di quell’invenzione geniale che è la freccia.

Inizi a insultarlo con quanto fiato hai nel corpo, ignorando il collega ancora in linea che, tanto, lo sa: sei esaurita. 

Realizzàti?

“Ma tu… ti senti realizzata?” ti chiede un bel mattino con aria perplessa la vicina di scrivania, che ha appena iniziato il tirocinio nell’azienda che bazzichi ormai da 7 anni. Perché lavorare nel fantastico mondo degli eventi è tanto bello quanto snervante al punto da condurti un giorno sì, e l’altro pure, a domande esistenziali come questa.

Nell’intervallo di silenzio che precede la tua risposta, un dubbio atroce ti assale: lo chiede col timore di fare la tua stessa fine o in fondo, in qualche modo, un po’ ti ammira? 

Intuendo fortemente che la risposta giusta sia la prima, viste le occhiaie che ogni mattina accompagnano il tuo ingresso “trionfale” in ufficio, inizi a raccontarle una lunga storia che, diciamoci la verità, lei non ti ha proprio chiesto.

Cursus honorum verso il piano B

La povera tirocinante è lì a maledirsi per aver sollevato la questione, costretta a subire impotente il monologo in cui spiattelli gioie e dolori del tuo tortuoso percorso scolastico. Finalmente arrivi al Master, che ha avuto almeno il merito di trasmetterti quel prezioso, quanto drammatico, insegnamento che – racchiuso nelle parole di buona parte dei docenti passati per quelle aule piene di giovani e grosse speranze – sintetizzeremo così: “Volete lavorare nel mondo dell’editoria? Siate pronti a fare la fame”. 

Le ricordo bene, le facce dei miei compagni di corso, quando scoprivano che il pomeriggio, finite le lezioni, scappavo a lavoro. “Che ci fai qui, se hai un contratto a tempo indeterminato?!” E che ci faccio, qui. Me lo chiedevo anch’io, ogni giorno, sul trenino con cui attraversavo mezza Roma per raggiungere la facoltà di lettere a San Lorenzo.

Gli Interpol nelle cuffiette, lo zaino pieno di fotocopie, di banane, di libri. La sensazione che tutto fosse possibile. L’incapacità di rassegnarsi al piano B.
“Inseguo i miei sogni”, pensavo.

L’ultima sigaretta

Sono passati due anni, sorrido al ricordo, e a volte penso di aver smesso. Ma la verità è che, come i fumatori più accaniti, conservo in un cassetto quell’ultimo pacchetto di sigarette da cui attingere al bisogno.

Perché chi scrive lo sa, che battere compulsivamente su una tastiera di notte, a volte è come chiudersi in bagno per fumare di nascosto. È un bisogno.
Che quando una storia ti insegue, non ti molla, finché non la traduci in parole.
Che quando una passione è così forte, è impossibile rassegnarsi al piano B.
Che dirti allora, mia giovane e cara tirocinante: a me questo lavoro, in fondo, piace.

Una sera ti trovi a gestire un evento su una terrazza che affaccia sul Vittoriano, al tramonto, e realizzi all’improvviso la fortuna che hai. Poi hai a che fare ogni giorno con clienti che avanzano le richieste più assurde e per lo più all’ultimo momento, ma fa parte di un pacchetto che tutto sommato vale la pena prendere.

Momenti di trascurabile felicità

Realizzata, forse no. Ma è una faccenda che ha a che fare con la perenne inquietudine dell’animo umano, questa. E forse la realizzazione è un concetto che elude il piano A o il piano B, ma si avvicina molto a quello di felicità: è fatta di attimi.

Quando gli occhi scorrono su un testo e capita che incontrino sequenze di parole composte così magistralmente da regalarti la pelle d’oca, tu sai che in fin dei conti qualunque cosa tu faccia, nell’irrequietudine della tua esistenza, hai una passione che ti accompagna sempre, e resta lì, a portata di mano, pronta a regalare un senso persino al più caotico dei giorni.

E alla fine tanto basta.

Federica Silvestri

Federica Silvestri

Disordinata, ritardataria, arresa a quel perenne stato di ansietta che il frenetico mondo degli eventi impone, ho temporaneamente archiviato il sogno del Premio Strega per un lavoro da account che mi prosciuga anche la fantasia per scrivere liste della spesa.

Ma un giorno, quella fascetta gialla, sarà mia.

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