Covid Boys volume 2

Lavorare a scuola è davvero uno spasso. Tranne quando si ha a che fare con la burocrazia. O con i colleghi. O con la dirigenza. O con il materiale scolastico. The Covid Boys, volume 2: la saga continua.

L’articolo di Gabriele Chincoli

Nelle puntate precedenti: The Covid Boys: la genesi

La richiesta di progetti

Una tiepida mattina di novembre è arrivata alla mail istituzionale una comunicazione: tutti i docenti di lettere sono pregati di partecipare a un Meet straordinario il giorno stesso. L’argomento: i pessimi risultati dell’INVALSI dell’anno precedente. Ovviamente il primo pensiero è: “E io che c’entro che l’anno scorso manco stavo qua?”, ma a una mail istituzionale non si può mica dire di no, quindi io e alcuni dei Covid Boys partecipiamo curiosi.

La riunione inizia con la preside in persona, Tempesta, la quale esordisce lamentandosi dei risultati dell’anno scorso: gli studenti del “Clinton Francis Burton”, un gigantesco baraccone che comprende liceo scientifico tecnologico, istituto tecnico e commerciale, proprio non ne vogliono sapere di studiare italiano, troppo concentrati sulle materie tecniche e scientifiche. Così chiede che i docenti di italiano presentino dei progetti da inserire nel PTOF, una sigla inventata unicamente per sputare in faccia all’interlocutore.

Silenzio.
Non un’anima prende la parola per presentare nulla.

Un Covid Boys lo riconosci dal coraggio

A quel punto mi lancio: ma un progetto di giochi di ruolo per sviluppare dialogo, sintassi, improvvisazione, empatia, gioco di squadra? Successo clamoroso, applausi, baci virtuali e una standing ovation. Prima che possa scrivere anche solo due righe sul progetto, questo mi viene approvato a prescindere al Collegio Docenti del giorno seguente e alla riunione di dipartimento della settimana dopo. Così. Senza che nessuno sapesse cosa stavo proponendo. Avevo pronto solo il nome, per il resto nulla.

Avendo ricevuto una triplice approvazione, ho pensato che magari due righe di cosa volevo fare era meglio buttarle giù, più per i posteri che altro, nel caso avessero voluto studiare l’ascesa del docente del millennio.

Così ho steso il mio bel progetto con le ore di sviluppo, quelle di progettazione, di formazione della collega che mi avrebbe assistito, dove reperire il materiale, come avrei strutturato l’attività e via dicendo. Scritto, fatto e spedito alla dirigenza giusto per conoscenza, tanto nessuno me l’aveva chiesto.

Il giorno dopo sono stato convocato il presidenza, cosa che non mi succedeva da maggio 2013, quando ancora vivevo la scuola dall’altra parte della cattedra.

Alla corte di Tempesta

Il progetto così non può essere realizzato poiché io l’avevo pensato per essere realizzato al mattino, durante le ore di lezione, lavorando con le singole classi. Una cosa vista e rivista, ma non al “Clinton Francis Burton”, dove, a dire della preside Tempesta, questo costituirebbe “Danno Erariale”, poiché il docente titolare di quelle ore verrebbe pagato senza lavorare.

Per i primi due minuti mi sono guardato intorno, certo di essere in una candid camera.

Davvero un collega che mi assiste nel gestire una delle sue classi, garantendomi un minimo di ordine e disciplina da parte degli irruenti studenti di un tecnico, è considerato nullafacente? È questo lo spreco delle risorse dello Stato? Ma sul serio?

Con lo sguardo accigliato della dirigente puntato addosso, ho finalmente capito perché i miei colleghi che lavoravano da anni in quella scuola non avevano proposto progetti. Astuti.
E bastardi, perché potevano almeno avvisarmi.

Classi fantasma

Leggi sul programma del giorno in quale classe finirai alla prima ora. Ti rechi tutto tranquillo nell’aula giusta, mentre saluti i colleghi che incroci nei corridoi, dai un colpetto al bidello che sonnecchia candidamente alla sua postazione, giusto per dargli il buongiorno prima che torni a chiudere gli occhi, svolti l’angolo, varchi la porta…

Vuota.
L’aula è vuota.
Panico.
Dove sono finite 25 bestioline di 16 anni?

Dai, saranno in ritardo, mannaggia a loro, diamogli un paio di minuti per arrivare. I minuti però diventano 10 e ancora nessuno si palesa, così il terrore di aver perso 25 minori che sono sotto la tua tutela e responsabilità torna a farsi sentire . Allora torni a svegliare il bidello e gli chiedi se almeno lui li ha visti, se per caso sono andati in un’altra aula, se si sono nascosti da qualche parte. Il collaboratore scolastico impiega circa un’era geologia per dirti che non ne sa niente.

Stringi i denti, fai leva sulla sua bontà e gli chiedi se gentilmente può contattare la dirigenza e far notare che mancano all’appello 25 persone, intanto cominci a elencare mentalmente quanti lavori si possono ottenere con una laurea in Italianistica e una condanna per aver perso 25 minori.

Ci vogliono dai 3 ai 5 anni perché il bidello riesca a comporre il numero di telefono giusto per chiamare l’ufficio e altrettanti perché dall’altra parte qualcuno risponda. Alla fine, però, si svela l’arcano: gli studenti non ci sono perché a quella classe è stato detto di entrare un’ora dopo, solo che nessuno ha aggiornato gli orari ed eccoti lì ad aspettare come un deficiente, in ansia.

Allerta massima

Questa cosa al “Clinton Francis Burton” è successa circa una volta a settimana: supplenza, arrivi, nessuno studente, infarto, controllo in segreteria, scoperta dell’errore, via libera.
Poi arriva il giorno.

Mi mandano in un’aula per fare un’ora con una terza, ma quando arrivo non c’è nessuno. Ormai avvezzo a questo gioco al massacro, comunico al bidello di turno che la classe non c’è, di sicuro i ragazzi avevano ricevuto l’ordine di uscire un’ora prima e nessuno aveva avuto l’accortezza di aggiornarmi l’orario. Succede, però, che dalla telefonata in dirigenza viene fuori che nessuno ha dato l’uscita agli studenti, ma che dovevano essere in classe.

Panico.

Comincia una corsa per tutti i plessi della scuola alla ricerca dei fuggitivi, con tanto di allerta dei 6 vicepresidi, di tutti i bidelli e dei colleghi non in servizio.

La caccia termina ai tavolini del bar della scuola. Ai ragazzi non era stata comunicata l’aula in cui avrebbero dovuto svolgere la supplenza, così hanno deciso che il luogo migliore fosse dove avevano a disposizione gnocco ingrassato e gelati.

Lectio brevis

Infine siamo giunti alle ultime settimane di scuola. Tra sostituzioni, buchi, progetti ribaltati, ronde antifumo, amicizie con gli studenti e nuovi amori tra i colleghi, lentamente la fine delle lezioni si avvicinava.

A mano a mano che il tempo passava, la mia domanda diventava sempre più frequente, tanto da riecheggiare tra i corridoi: l’ultimo giorno di scuola a che ora si finisce? Anche gli insegnanti, come gli studenti, non vedono l’ora che tutto finisca e la lectio brevis è sempre stata per me una certezza, una garanzia come l’odore di gessetti e il wifi che non funziona.

Tutti, però, continuavano a rispondermi che al “Clinton Francis Burton” questa usanza non c’è mai stata e che l’ultimo sabato si sarebbe svolto l’orario regolare.
Delusione.

Lectio brevis cum erarialis damno

Ormai l’avevo data per persa, quando, a 5 giorni dalla fine, arriva la circolare: l’ultimo sabato si esce alle 11! Euforico per la notizia, non ho fatto neanche in tempo a esultare che dalla dirigenza è giunta la rettifica; la lectio brevis vale solo per gli studenti, gli insegnanti devono svolgere il loro orario normalmente.

Shock.

Perchè mai dobbiamo restare due ore in più quando la scuola è deserta? La risposta è stata tanto semplice quanto assurda: se gli insegnanti se ne vanno prima, ci comunica la preside Tempesta, commettono “Danno Erariale”.

Alla fine tutto si è risolto per il meglio: non potendo uscire prima, abbiamo convinto le ragazze del bar scolastico a rifornirsi per l’occasione di prosecco e aperol, così abbiamo congedato gli studenti per poi fiondarci nel giardino interno, dove abbiamo passato le ultime due ore in una scuola fantasma a brindare con sptritz e pizzette. Un saluto degno dell’ultimo giorno di scuola.

Gabriele Chincoli

Gabriele ha deciso che la laurea in lettere non era una croce abbastanza grande da portare, così si è scelto un triplice martirio: l’insegnamento a scuola come mestiere, il volontariato in montagna come hobby e il gioco di ruolo come passione.
Quindi ha il portafoglio vuoto, ma sorride sempre.

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I Laureati
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