Scrivere per l'audiovisivo

Per raggiungere i nostri obiettivi occorrono tenacia, lucidità, spirito di adattamento e del rock per accompagnare il tutto. Se sei un creativo, però, devi aggiungere alla lista di ingredienti una buona dose di concretezza, sopratutto se vuoi scrivere per l’audiovisivo.

L’articolo di Meltea Keller

Pochi giorni fa uno psicanalista mi ha chiesto cosa avrei fatto se non fossi riuscita a ottenere il lavoro che voglio. È stato dopo che gli ho detto che finalmente i materiali di una serie televisiva che ho concepito sono approdati a tre grandi case di produzione. La domanda mi ha disturbato. “Ma io farò questo mestiere”, ho risposto.

Lo psicanalista allora ha ammesso la Grande Verità, e cioè che in fondo delle dinamiche di una sceneggiatrice non sapeva niente se non che il settore cultura è in crisi post-covid. Non ho puntualizzato che durante il lockdown eravamo tutti e tutte a guardare serie Tv su piattaforme online. O che “settore cultura” è una dicitura vaga – come lo è “settore sanità mentale”, che comprende psicologi, psichiatri, psicoanalisti ed è davvero bene non confonderli.

Strategie

Io sono figlia di postali. Abbiamo più o meno presente cosa fa un postino e come si fa per lavorare in posta. I miei genitori mi hanno sempre supportato nel desiderio ossessivo di scrivere (per l’audiovisivo) – non sapendone niente però si sono fidati di me. A diciannove anni ho scelto il DAMS perché, uscendo dal Classico, trovavo insensato passare alla pratica senza la teoria. Ho finito nel 2009, in piena crisi. Il settore audiovisivo stava male. Mi ero incaponita di fare il biennio a Londra, spinta quell’incitazione all’emigrazione in vista di una supposta meritocrazia estera, whatever that means.

Nel Regno Unito le uniche tasse universitarie che mi sono potuta permettere sono state quelle di un’università buona per la formazione, ma priva di tutti quegli aiuti (collaborazioni con professionisti BBC, ecc…) che hanno altri istituti decisamente cari. E la concorrenza… che ve lo dico a fare. Ecco, lì sono cambiata. La ragazzina che dà ogni colpa al sistema perché vive in astratto è diventata pratica. Mi sono sentita così povera che ho imparato a quantificare nonostante la discalculia. Ho capito che per scrivere dovevo stare buona da una parte: il mestiere necessita pace e libri attorno. Prima di lavorare poi sarebbe passato del tempo e sarebbe stato meglio fermarsi dove di dayjob ne basta uno.

Bologna, dunque. Avevo un blocco comunicativo che molti e molte ex expat provano di fronte ai connazionali che vagheggiano sull’idea di “estero”. Sono diventata una maniaca dei dati certi, delle stime, delle percentuali. L’ossessione è tutta britannica, ma anche il fastidio per il pensiero astratto degli altri e le altre ha contribuito. Ho preso un’altra laurea in lingue al fine di insegnare. Era un piano B, lo trattavo da A perché sapevo cosa facesse un’insegnante e come si arriva a insegnare. I molti corsi di formazione cari di ambito anglo-americano mi avevano tolto la voglia di chiedermi come si fa a scrivere per l’audiovisivo.

Non si scappa da se stessi

Il bisogno di scrivere però è tornato. Per la tesi del DAMS avevo tradotto parte di Harpo Speaks, l’autobiografia di Harpo Marx, che fa ridere molto. L’ho terminato. Harpo mi ha portato a presentare ad Arcana Edizioni un libro sul cantautore Mannarino. Mannarino mi ha portato a un bis con Rancore. A quel punto ho frequentato la scuola Bottega Finzioni (gratuita al primo anno) e lì un’idea di come funziona me la sono fatta.

Nel mentre ho fatto, per lavoro pagato, le cose più assurde – tra cui indagare per un privato sulla scomparsa di Majorana o organizzare un tour italiano a una band di buskers dublinesi. Ho parato le paranoie dei miei genitori – dovevo mantenermi lucida per capire. Ho affittato casa mia per coprire le spese quando il lavoro mancava.

 “You can’t always get what you want but if you try sometimes you get what you give”. Uno dei miei maestri dice che le grandi storie funzionano così. Ecco com’è andata. Nel processo, sono diventata una persona che cerca lucidamente di ordinare la realtà. Non vivo di scrittura ma i miei tentativi hanno risultati concreti.

Lo psicanalista dell’inizio forse vede i creativi come dei sognatori che si illudono. Si sbaglia. Non ha idea di quanta concretezza occorre.

Meltea Keller

Sono nata a Empoli nel 1985, vivo a Bologna dal 2004. Sono laureata in DAMS cinema, in videomaking, in lingue. Traduttrice e curatrice della prima edizione dell’autobiografia di Harpo Marx, con Arcana Editore ho scritto la biografia di Mannarino (Cercare i colori, 2018) e di Rancore (Segui il coniglio bianco, 2020). Di recente uscita è una Guida ai Palazzi di Siena per Edizioni della Sera. 

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I Laureati
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