Scrivere in ottica SEO

Scrivere in ottica SEO, un ritorno tra i banchi

Cimentarsi per la prima volta con le regole della scrittura in ottica SEO è come tornare a scuola e imparare una nuova lingua. Solo che a bocciarti, questa volta, c’è un motore di ricerca.

Laurearsi in lettere e sperare di vivere subito di un solo lavoro è pura utopia. Un po’ come tagliare la cipolla e sperare di non piangere, come il sole il primo giorno di ferie estive. 

Così tra stage, part-time e prestazioni occasionali, lo scorso anno mi sono ritrovata per alcuni mesi a insegnare italiano la mattina a scuola mentre nel pomeriggio collaboravo con una redazione giornalistica. Davanti a me, studenti o intervistati che fossero, sempre facce sbadiglianti che non avevano troppa voglia di rispondere alle mie domande, ma questa è un altra storia. 

La mattina spiegavo la complessità delle subordinate, l’imprescindibile uso del congiuntivo nel periodo ipotetico, la diatesi passiva dei verbi. E poi ancora i falsi riflessivi, il discorso indiretto libero, la differenza tra imperfetto narrativo o di consuetudine. Il pomeriggio, invece, lottavo con la SEO

La SEO, aka sappi che impiegherai quattro ore a scrivere 2000 battute, è quell’entità misteriosa che definisce le attività di ottimizzazione di un sito web per migliorarne il posizionamento nei risultati dei motori di ricerca. Più semplicemente: per scrivere online devi produrre testi ottimizzati per i motori di ricerca. Alla fine un semaforo: verde si va, arancio meglio rivedere, rosso un disastro. 

La SEO pretende da te frasi di massimo 25 parole, odia il passivo e le subordinate e vorrebbe tutto diviso in paragrafi debitamente titolati, alla faccia delle 4 colonne fitte di foglio protocollo da riempire a scuola. Scrivere in ottica SEO significa produrre testi originali ma con rimandi a siti esterni, testi non troppo lunghi ma neanche troppo corti (ovvio no?), e ti fa sempre sentire inadeguato con il suo perentorio giudizio di “bassa leggibilità”.

Una nuova grammatica

Abbandonata la grammatica tradizionale dei libri, iniziavo a conoscerne una nuova che vieta l’uso di frasi consecutive che iniziano con la stessa parola (alla faccia di secoli di anafore di poeti e letterari), che pretende che il concetto chiave sia ripetuto più volte con parole identiche (contro lo sforzo vano di apprendere nuovi sinonimi) e che ti invita a scrivere parole di transizione al posto degli avverbi (addirittura divise in additive, sequenziali, causali e avversative).

Mentre scrivevo di qualche furto in città o di qualche evento del weekend, cercando i tag più in voga su Google Search, pensavo ai miei studenti che ancora non riuscivano a cogliere tutte sfumature di un predicato nominale. Riflettevo sulla fatica di imparare qualcosa e sulla fatica spesso maggiore nel rompere e ricomporre in maniera diversa quanto invece si è già consolidato. 

Perchè la verità è che dopo cinque anni di lettere, e due tesi di laurea, si pensa per lo meno di aver imparato a scrivere bene. Si è iniziato a maturare uno stile, frutto di infinite letture e altrettante notti davanti ad un foglio bianco che faticava a riempirsi. Poi inizi a lavorare e vieni bocciato da un computer, da un motore di ricerca per l’esattezza. Da qualcuno a cui non puoi dire non ho capito, che non ti da esercizi per casa prima di una verifica e che non è certo disponibile per spiegazioni extra. 

Il semaforo verde poi arriva, e anche la soddisfazione di aggiungere lo scrivere in ottica SEO tra le competenze del curriculum, ma a che prezzo. 

«Ah prof, se trovo quello che ha inventato le subordinate…» 

«Dimmelo, che ci faccio due parole pure io!»

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Camilla Faccini
Camilla, co-autrice del Blog (vista da Alfredo): se potessi, le affiderei tanto la biografia di un neomelodico napoletano quanto le memorie di uno statista della Prima Repubblica: Camilla ha il dono di poter scrivere qualunque cosa con esattezza ed eleganza. Certo, per carattere esercita oltremodo la sua capacità di giudicare, ma il sorriso con cui accompagna anche la critica più spietata la rende uno splendido Angelus Novus.

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