linguista

Il nostro avarage umanista sa fin troppo bene quanto sia tedioso capitare vittima della domanda: “E tu? Cosa studi?”. Conoscerà altresì benissimo l’ampio ventaglio di becere battute accoppiate a ciascuna facoltà non strettamente STEM, oltreché il grande punto interrogativo itinerante nella mente di coloro che ai termini linguista, antropologo, filologo ecc. non sanno collegare l’immagine. L’articolo di questa settimana ci racconta come salvaguardarsi con astuzia da queste situazioni e, soprattutto, come saperle sfruttare a proprio favore.

L’articolo di Antonio Verolino.

Appassionarsi al linguaggio non è una missione facile ma, sin da principio, è complicato anche solo capire che la tua passione è proprio quella là.

Se la sola speculazione su come si struttura e funziona il linguaggio non basta ad affermarmi come professionista, datemi un attimo e vi mostrerò che il mio sapere può essere cruciale: a noi piace la strada più difficile ma, *l* linguista, l’asso nella manica ce l’ha (quasi sempre).

Ma partiamo dall’inizio.

Da linguista a logopedista: sopravvivenza firmata medical drama

Quando dici che stai per diventare logopedista, dopo anni in cui nessuno capiva l’interesse per il linguaggio, la reazione più comune è l’incredulità per questo cambio “così radicale”. Ma lo volevate sapere o no a cosa serve conoscere il funzionamento del linguaggio? Il segreto qui – ho imparato – è che la gente va matta per una spolverata di medical drama.

Forte di questa scoperta, quella vecchia e iterativa perplessità al mio menzionare un albero sintattico (“ma è tipo un bonsai?”) si è trasformata in un “wow, interessantissimo!”.

Chi glielo spiega, ora, che nella pratica clinica per me il cardine per compilare un inventario fonetico di un paziente è la teoria dei tratti distintivi di Roman Jakobson? O che quando analizzo il parlato di un soggetto con sospetto agrammatismo proietto mentalmente l’albero sintattico – il bonsai di prima – per farmi un’idea della struttura sintattica profonda e superficiale e avere un quadro del disturbo?

Malintesi da linguista in aiuto al logopedista

Nel tempo, la risposta più gettonata al mio “studio linguistica” è stata: “e quante lingue parli?”. Formarmi come logopedista mi ha costretto a dare un po’ di ragione – ma poca – a costoro. Per esempio, quando si fa counselling con un genitore straniero, parlare una lingua a lui nota illumina un processo che è già complicato. Un genitore che porta *l* figli* in un servizio sanitario è inevitabilmente preoccupato e avere informazioni in una lingua che non gli costi troppo sforzo, credetemi, fa la differenza.

Stessa differenza che fa quando hai di fronte un paziente bilingue reduce da ictus che le figure che gli mostri per trattare la sua afasia te le sa nominare solo in inglese. Il mio fortunato incontro con la linguistica mi ha fatto ottenere una sensibilità alle variazioni fonetico-fonologiche senza cui non sono così sicuro che sarei stato in grado di interpretare ciò che quel paziente voleva dire. La linguistica mi permette di trovare un piano comune di comunicazione anche quando questa è continuamente ostacolata dalle difficoltà articolatorie.

Le conoscenze trasversali salveranno il mondo

Quando il logopedista è anche (e prima di tutto) un linguista, ragiona sul linguaggio e sulle sue strutture – e storture – in maniera trasversale e analitica. Nei servizi di logopedia è sempre più frequente che arrivino pazienti che non hanno come prima lingua l’italiano. Di conseguenza, classificare tipologicamente le lingue parlate dal soggetto e sapere come opera il transfer dalla prima alla seconda lingua rappresenta un elemento chiave per capire a quale livello linguistico mirare durante la riabilitazione.

Perché allora dovrebbe importarmi l’idea di incasellarmi? Il linguaggio è fluido e il parlante (patologico e non) è un pasticcione. Che sia con le humanae litterae, che sia con un bilancio logopedico, il mio obiettivo è di prendere questo pasticcio e provare a risolverlo.

“Buongiorno, sono il logo-linguista”

Mi diverte pensare di fare da trait d’union tra due mondi, quello scientifico e quello umanistico, che passano il tempo a contendersi la palma di “più importante”. Trovo estremamente stimolante, per contro, l’idea di poter essere mille persone in una, grazie al mio filo conduttore che mi ha fatto viaggiare dall’esame di glottologia fino a quello di riabilitazione nelle sindromi cognitive. Fintantoché il linguaggio sarà il mio pane quotidiano, mi terrò le mie incongruenze e anche qualcuna delle mie epifaniche incomprensioni.

Ma poi pensa che ridere quando potrò gettare nella confusione il caregiver di turno presentandomi un giorno in camice dicendo “buongiorno, sono il logo-linguista”.

Antonio Verolino

Nato a Salerno nell’Agosto 1995, sono stato il bambino a cui non andavano bene le risposte del tipo “è così e basta”. Il mio amore per il linguaggio sboccia in tenerissima età quando, invece di chiedermi se Babbo Natale esistesse o meno, mi sono cominciato a chiedere perché le cose hanno proprio il nome che hanno. Mi sento ancora quel bambino che fa domande strane ma, nel mentre, sono anche diventato l’espressione stessa delle mie contraddizioni. O forse no.

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