Pace

Pace6 min read

L’autrice ci propone, in una veste a strisce colorate, una stupenda riflessione. Una riflessione che parte dalla lotta militante, si concretizza nel disorientamento tipico del periodo post laurea umanista e finisce nella presa di coscienza dei propri irrinunciabili valori. Il tutto, con una bandiera della pace che ci accompagna nella lettura e sventola sulle nostre teste, di cui possiamo, tra le righe, ascoltarne il fruscio.

L’articolo di Chiara Frisone.

L’immagine di una bandiera della pace appesa in un’aula di una scuola primaria ed io. Sono Chiara, due lauree in lettere, un servizio civile alle spalle, svariati tentativi per entrare in un progetto di dottorato e una quantità indefinita di libri sul comodino.

Utopista, sognatrice, idealista e a volte troppo impacciata: è questa la mia definizione da studente di Lettere capitata poi per puro caso a lavorare con i bambini. Insomma, questa ricetta esistenziale potrebbe essere riassunta con un pezzetto di uno dei miei poeti e cantautori preferiti Fabrizio De André: 

paura che ormai non avesse padroni 
lo fermò con la morte, inventò le stagioni 
Mi cercarono l’anima a forza di botte 

Io di botte morali ne ho prese tante e mentre mi affossavano di calci al suon di “Le faremo sapere” o “Abbiamo scelto un altro candidato, ma il suo curriculum ci piace e lo terremo in considerazione” mi sono ritrovata ad insegnare ai bambini. 

Domande

Ogni mattina entro in classe con la consapevolezza che dovrò rispondere a molte domande e sono altrettanto conscia del fatto che alla metà di queste non saprò dare risposta. In questo anno di lavoro alla scuola primaria ho tuttavia provato a pormi dei quesiti io stessa. Nella mia macchina, con il sole, la pioggia e in alcune occasioni con la neve; nel tragitto che mi separava da una casa (non mia) alle mura in cui l’educazione e l’intera macchina della conoscenza si muove, mi chiedevo sempre dove fossi diretta. Ho imparato solo con lo scorrere dei mesi e il lungo viaggio della vita che io questo lavoro non l’ho scelto, ma mi è proprio capitato, portando con sé una dose di caos che davvero necessitavo. 

Ho sempre sostenuto che i venticinque anni fossero il momento di crisi della vita, quella situazione di stallo in cui osservi l’adolescenza con rammarico e guardi all’età adulta con un profondo sdegno, incapace, forse, di muoverti in questo limbo fatto di esperienze lavorative, disagi e spesso anche frustrazioni. Per me quest’età è stato un treno ad alta velocità che si schianta dritto su macerie preromane, provocando un’esplosione davvero troppo tragica. 

Un anno fa iniziavo quest’esperienza, dopo aver rifiutato un dottorato all’estero per mancanza di fondi, tra paure e incertezze, in un ambiente e in una città che non ho mai sentito davvero come parte della mia esistenza. Ho accettato un nuovo stile di vita fatto di sveglie alle 6:00, entusiasmo esilarante dei bambini, preghiere mattutine e compromessi

Da grande

Ho imparato tanto da questo lavoro, sicuramente ad affrontare il caos che possiedo internamente e nella mia cattedra. Ho compreso anche, con il tempo, che io questo mestiere forse non lo voglio fare, perché per quanto bello e stimolante, faticoso e gratificante possa essere io non sarò mai all’altezza delle domande dei bambini. La loro sensibilità, a volte dettata dalla totale mancanza di empatia, mentre in altri casi esasperata, mi ha spinta ad interrogarmi di fronte al dubbio esistenziale che forse attanaglia l’uomo dai tempi della pietra: “Ma tu da grande che cosa vuoi fare?

Bene, io a venticinque anni non lo so ancora, conosco tuttavia una cosa. In tutto questo lasso di tempo, dal primo giorno della triennale ad oggi non ho mai smesso di scrivere, collaborare con alcune riviste e fare fotografie e tutte queste attività sono un motore costante che mi spinge a continuare. Di lavoro in questo paese se ne parla tanto, ora soprattutto perché un gruppo di lavoratori in provincia di Firenze ha mobilitato tante, anzi tantissime persone a parlare della fabbrica, di contratti e di tutele. Io di tutele ne ho avute poche, forse pochissime, ma spesso ero in quelle piazze a manifestare, ad urlare a gran voce anche per diritti che non mi appartenevano

Tornavo a casa la sera, stanca e stremata, pronta a scrivere nuovi pezzi carichi dell’universo parallelo che si muoveva dentro di me in quegli istanti di estasi. Non ho mai smesso di essere una militante e mai smetterò. Io sogno e a volte lo faccio con una tale intensità da non discernere più la realtà dall’onirico, ma a venticinque anni posso ancora permettermelo ed è forse questo che amo del mio lavoro. 

Tregua

Quella bandiera della pace, che in alcuni momenti sventola per i movimenti dei bambini, mentre in altri resta ferma e impassibile, mi guarda tutti i giorni con gesti di sfida. Quando mi hanno chiesto di toglierla, in quanto si schierava politicamente, mi sono rifiutata, anche a costo del licenziamento e del linciaggio sulla pubblica piazza. Quella bandiera mi ricorda infatti che nonostante la pace sia ancora lontana dal mio cuore, e da quello di molti altri, è necessario perseguirla, ma ancora di più insegnarla. Ed è così che è rimasta lì, in quell’edificio, in quell’aula, in questa città di Lecco che non è la mia, ma che vent’anni fa sventolava nella mia vera città, Genova, mentre nelle piazze alcuni giovani venivano massacrati di botte o nelle vie. 

I bambini conoscono il significato della pace, lo condividono ogni giorno con i loro bigliettini, con i loro sorrisi sotto le mascherine e con i loro abbracci carichi d’amore; io sono ben lontana dal comprenderla, ma in questi anni ho provato a sostituirla con la tregua, proprio come Antonella Anedda insegna.

Sono sicura che presto tornerò a casa, alla mia pace, al mio stato di caos calmo che inseguo da una vita. Per ora sono da questa parte della barricata, da questa parte di mondo, da questa parte della cattedra e domani, anche domani, tra una divisione e una comprensione, la bandiera sarà sempre lì a ricordarmi che in fondo la pace va coltivata.

Chiara Frisone

Classe 1996, genovese. Laureata in Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Siena. Aspirante giornalista, collaboro con Frammenti Rivista, Masticarecalcio e Siamounmegazine. Fondatrice del podcast 0.25-Letteraturadabar e docente. É in uscita la mia raccolta di poesie intitolata «Memorie per un domani» nell’antologia «Luci sparse» per la casa editrice Pagine. Militante e fotografa nel tempo libero.

Immagine predefinita
I Laureati
Articoli: 73

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.