essere pendolare

Catullo ci perdonerà il prestito, ma non troviamo nulla meglio del suo celebre carme per descrive cosa significa essere pendolare: un’oscillazione continua tra la gioia della comodità e l’imprecazione.

L’articolo di Martina Gennari

I treni mi affascinano da sempre: complice un nonno macchinista, fin da piccola amavo guardare dalla stazione quei convogli gremiti e immaginare i viaggi e le vite delle persone. Mi sembravano una fonte inesauribile di storie. Voglio prendere tanti treni da grande, pensavo, chissà quante idee per scrivere e quanto tempo per leggere, un sogno!

Una decina d’anni dopo quel “sogno” divenne una costante della mia vita, ma fui decisamente più titubante a definirlo tale…

Bologna centrale

Bologna dista un’ora da casa mia, Parma. Fare la pendolare era la soluzione perfetta per l’università: anziché spendere soldi in affitto, potevo addirittura permettermi di avere un’entrata, avendo trovato un lavoretto nella mia città. Wow, pensai, questa è la vita dei grandi, una condizione di semi autonomia accompagnata da un fervore bohémien, attraversare in giornata 90 km che bastano però a permetterti di avere un punto di vista diverso sul mondo.

Ma non avevo fatto i conti con Trenitalia.

Quei disagi annunciati dai più che sinceri altoparlanti delle stazioni si rivelarono ben presto una costante dei miei quattro anni da pendolare. I ritardi erano all’ordine del giorno, la possibilità di trovare un posto a sedere l’El Dorado, la presa per il cellulare un’idea avveniristica: ho finito l’università pregando di non avere a che fare mai più con quello che ormai era diventato il mezzo del demonio.

Dopo la laurea sono stata ammessa al master in editoria che sognavo di fare da una vita e che, ancora una volta, non era nella mia città.

Milano Rogoredo

Il master a Milano mi avrebbe impegnata per diversi mesi e a 27 anni non avevo più voglia di pesare sulle tasche della famiglia. Il mio spirito pendolare sopito si risvegliò dopo quattro anni: per via degli orari impossibili, durante le lezioni subaffittai la camera di un’amica, ma per i quattro mesi di stage ricominciai l’andirivieni tra le due città.

Naturalmente, la romantica nostalgia di una vita bucolica lontana dalla metropoli che avrei raggiunto solo negli orari lavorativi non era l’unica motivazione.

Lo stage di quattro mesi in casa editrice prevedeva il classico full time di 40 ore a settimana, a – rullo di tamburi – 0,0000 euro. La possibilità di poter guadagnare qualcosa con altri lavori era pressoché nulla, e non sarebbe comunque bastata a coprire nemmeno un quarto dell’affitto e delle spese che avrei dovuto sostenere a Milano.

E così, dopo quattro anni, eccomi di nuovo uscire di casa alle prime luci dell’alba (lato positivo, questo, altrimenti non le vedrei mai), eccomi di nuovo a sfidare il freddo, le intemperie e in più, il Covid; ma soprattutto eccomi di nuovo ad affrontare un nuovo, temibile nemico: Trenord.

Passante urbano

Si, perché se riuscivo ad arrivare indenne da Parma a Milano Rogoredo, di lì iniziavano i guai: treni che si rompevano a metà strada, scioperi non preannunciati e convogli cancellati. La cosa divertente è che da Milano Rogoredo alla mia fermata del passante urbano i km da percorrere erano 4. 4 km lungo i quali poteva succedere qualsiasi cosa. Ogni mattina mi svegliavo e mi domandavo se mai sarei riuscita a raggiungere l’ufficio in tempo – e SE l’avrei raggiunto.

Non è una vita semplice, quella del pendolare, e molto spesso non si tratta di una scelta. Ma come in tutte le cose esiste qualcosa che consente di renderla più tollerabile. Il tempo speso sui treni viene sottratto a molti passatempi, ma certo non a quello della lettura o dell’ascolto di musica e podcast: la concentrazione migliore per leggere l’ho trovata proprio proprio sugli amati e odiati convogli (quando trovavo posto).

Stazione di Parma

In più, fare avanti e indietro fra due città comporta una quasi totale separazione della vita lavorativa da quella delle amicizie e degli affetti. La sintesi delle due, da tradursi con il classico “aperitivo con i colleghi”, è un evento raro se l’unico treno che ti permette di arrivare a casa a un orario decente parte dieci minuti dopo l’uscita dall’ufficio (sicuramente questo è un punto a sfavore dell’osannato e giusto team building, ma vi assicuro che i colleghi sono comunque molto attratti da quell’animale raro che tutti i giorni si fa 200km di strada per venire a lavoro).

Lo svago di un pendolare si concentra quindi nel fine settimana o quelle rare volte in cui alle 20 riesci ancora a capire come ti chiami, nella tua città di origine e con gli amici di sempre, così che il lavoro rimane geograficamente e psicologicamente lontano dai momenti di riposo e divertimento.

Sul breve periodo, la mia mente ha inserito questa peculiarità nella lista ‘benefici di una vita da pendolare’. E si, dopo tutti questi anni la mia visione bambina dei treni è cambiata, ma per il momento il ricordo che ne ho mi aiuta ad affrontare decisamente meglio questa moderna Odissea.

Martina Gennari

Laureata in Lettere con un master in Editoria, alla ricerca di un posto (fisso) nel mondo. Nel corso degli ultimi anni ho vissuto in Francia, ho lavorato in teatro, ho sorvegliato pargoli, ho insegnato e lavorato in casa editrice; mentre cerco di trasformare la mia passione per i libri in un lavoro leggo, scrivo, cucino e mangio.

E prendo treni.

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I Laureati
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