arte e diritto

Una “Storia strappa Storie”, prendendo in prestito un’azzeccata rivisitazione dell’intramontabile Maccio Capatonda. 3+2+1+1+5= X è l’equazione di una vita, iniziata tra i libri di storia dell’arte e in evoluzione sopra i tomi del diritto.A volte serve rimescolare le carte in tavola e intraprendere una strada apparentemente diversa, per arrivare vicino a ciò che si insegue da sempre.

L’articolo di Serena Nardoni

Se riassumessi il mio CV di anni di studio universitario in un’equazione, suonerebbe più o meno così: 3+2+1+1+5= X. Dico “più o meno” perché siamo ancora ad un passo dal chiudere quel “5,” il che rende il risultato, al momento, un’incognita.

Ho sempre sostenuto che qualsiasi corso o impiego professionale, il cui titolo implichi un dispendio maggiore di 4 parole, celi della “fuffa”. Mi riferisco a quei corsi di formazione che si caricano di titoli così complessi e impronunciabili da richiedere l’adozione di un acronimo come via di fuga. Ma, di fatto, nessuno sa darne una definizione, né ha idea di come collocare quelle specifiche competenze nel mondo del lavoro. 

Ecco, sto ancora lavorando al mio personalissimo acronimo.

Le mie reminiscenze di matematica suggeriscono che per risolvere un’equazione è sufficiente sommarne i componenti, a prescindere dall’ordine dato. Tuttavia, non trattandosi di un’operazione in senso stretto, il risultato che cerco può essere ottenuto solo mantenendo l’esatta progressione degli addendi. Lasciando da parte la matematica, intendo dire che forse avrei potuto raggiungere la mia attuale posizione lavorativa partendo da quell’ultimo “5”, essere un 5+1=6, ma la verità è che spesso sono i casi e le occasioni della vita a porti davanti a scelte inaspettate, ad aprire nuove strade e possibilità.

La mia è una storia di passione, autodisciplina e aspettative. Sentimenti e sacrifici che rientrano in un progetto di vita affettiva e professionale condiviso. Una storia felice, se a crederci con te sono le persone giuste.

Andiamo con ordine.

3+2

Concedetemi una piccola digressione. Ho sempre amato l’Arte, fin da bambina. Disegno chiudendomi in una realtà fuori dal tempo e dallo spazio, lasciando che l’istinto proceda da sé. È una specie di trance dalla quale mi risveglio con stupore e compiacimento per il risultato. Io sono così: porto avanti solo quello che sento di poter realizzare al meglio, perché solo nella mia idea di perfezione trovo soddisfazione.  

Alle medie il primo bivio: quale indirizzo scegliere al liceo? I dubbi li ho lasciati agli altri, perché il cuore aveva chiara la strada. Non dimenticherò mai le parole che il professore d’arte rivolse ai miei: “ripensateci, l’artistico la rovinerà”. Ovviamente, neanche a dirlo, ho fatto di testa mia. Con la storia dell’arte ho conosciuto la pura bellezza e perfezione emotiva delle forme, tuffandomi in un bagno d’umiltà che ha ridimensionato la mia urgenza di autocompiacimento da “artista” a semplice svago.

Concluso il liceo, ecco il 3+2. Dopo aver conseguito la laurea triennale nel 2014, è stato naturale continuare la mia formazione iscrivendomi alla specialistica in Storia dell’Arte: stessi docenti, stesse materie, stessa facoltà nello stesso ateneo,… La mia comfort zone.

+1

Con la conclusione del mio percorso universitario si apre il baratro. Uno storico dell’arte a quali professioni può ambire? Sulla carta le idee sono tante e allettanti. La tesi mi avvicina alla figura del curatore museale, per la quale trovo il master perfetto. Tuttavia, la mia esperienza si rivela deludente: quel mondo non mi calza addosso e quel senso di competizione non mi appartiene. Per non parlare delle imbarazzanti proposte di “stage-non-retribuito-e-senza-possibilità-di-assunzione”. Qui la mia intuizione: diversificarmi. Decido di propormi ad uno studio legale per il tirocinio, provando a unire l’arte al diritto, e, anche qui, una serie di coincidenze mi portano a conoscere il mio attuale datore di lavoro.

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I sei mesi di stage volano via, cercando di orientarmi in un sistema a me ignoto, ma nel quale entro dalla porta sul retro, conoscendo persone, studiando e lasciandomi guidare verso il mio spazio nel settore dell’arte e delle nuove tecnologie. La mia figura non esiste e, non mi vergogno a dirlo, è stata plasmata da un giocatore d’azzardo, un imprenditore visionario che ha investito su di me giorno dopo giorno. Il battesimo di questo essere ibrido, a cavallo tra l’arte e il diritto, avviene con un corso di alta formazione dal nome altisonante (ben oltre il limite delle quattro parole!). L’agonia però si protrae: chi sono? Forse una storica dell’arte che gioca a fare il giurista?

+5

Qui, un altro punto di svolta: “Serena, sei una risorsa interessante, mi piace il modo in cui hai intrapreso questo percorso e stiamo investendo molto su di te… Ma questo è uno studio legale. Se vuoi restare, devi completare la tua formazione e laurearti in Giurisprudenza”.

Un colpo al cuore. 27 anni e, da una parte, la prospettiva di dover ricominciare tutto da capo; dall’altra, quella di intraprendere un nuovo percorso universitario a ciclo unico, senza che mi sia riconosciuto un solo esame, conservando però il mio posto di lavoro.

Non so cosa mi riservi il futuro, ma con l’incoscienza di allora ho accettato questa sfida, col sostegno dei miei cari e, non da ultimo, del mio capo.

Inizio ora il quarto anno. Non mentirò: ho spesso momenti di sconforto in cui mi domando se ce la farò e altri in cui mi pento di aver messo in standby tanti altri aspetti della mia vita personale, però ad ogni conferma sul lavoro, ad ogni esame superato, mi avvicino alla persona che non avrei nemmeno lontanamente sognato di poter diventare qualche anno fa.

Ad oggi posso dire di essere un esperimento di “competenza trasversale”, nato da un connubio ragionato tra la storia dell’arte e il diritto, con uno sguardo rivolto alle nuove tecnologie. Nel mio lavoro sono costantemente a contatto con artisti, gallerie fisiche e virtuali, curatori, enti ed istituzioni della cultura, per fornire supporto legale nel viaggio attraverso il nuovo linguaggio digitale. È un percorso in divenire che richiede incredibile creatività e partecipazione, cosa che alimenta costantemente il mio estro creativo.

Del percorso storico-artistico conservo la consapevolezza e il rispetto verso l’arte in ogni sua manifestazione, come “testimonianza avente valore di civiltà” (art. 2, co.2, d.lgs. n. 42/2004) che prende vita nel solco delle fragilità del momento presente e si proietta verso il futuro.

Il diritto è lo strumento che permette la vera inclusione e democratizzazione, perché solo se tutti condividiamo e abbiamo chiare le regole del gioco possiamo sentirci davvero liberi di partecipare e trasmettere questo diritto alle generazioni future.

Serena Nardoni

Dopo una laurea e un master dedicati all’arte, i casi (e le occasioni) della vita le aprono le porte di uno studio legale di Roma. Una scelta che la riporta, a 27 anni, tra i banchi universitari, per conseguire la laurea in Giurisprudenza, senza dimenticare l’amore per l’arte. 

Oggi si occupa di diritto dei beni culturali, arte digitale e Crypto.

I Laureati
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