Il giovane gambero vivere di teatro giulia maestri

Per noi giovani laureati è facile imbatterci nello scetticismo di chi crede che il mondo del lavoro e quello delle materie umanistiche siano incompatibili. A questo, rispondiamo con le storie, in particolare di chi è riuscito a realizzare i propri obiettivi, a difendere i propri sogni difficili, come quello di vivere di teatro, anche quando tutti intorno consigliava di desistere. Proprio come il giovane gambero di Gianni Rodari, che un giorno ha deciso di camminare in avanti e non si è più fermato. 

L’articolo di Giulia Maestri

Vuoi vivere di teatro? Per quello ci vuole la raccomandazione.

Fu la mia vecchia insegnante del ginnasio (che chiameremo Satana) a dirlo, in un giorno di supplenza dell’ultimo anno di liceo in cui chiese a tutti noi, uno per uno, quale scelta universitaria volessimo compiere. Io sola risposi che avrei scelto una facoltà umanistica: «Io voglio scrivere e recitare quello che scrivo.»

Avrei scelto la facoltà di Lettere della Sapienza, e mi sarei specializzata in Drammaturgia, perché il mio sogno è sempre stato scrivere per il Teatro. Io non lo sapevo se ci voleva davvero la raccomandazione, volevo raccontare le mie storie, mica quelle degli altri. Per cui decisi di scoprirlo.

Roma è stata croce e delizia. La pizza bianca calda, i tramonti al Giardino degli aranci, il cinema alle 15:30 si intrecciavano alle fogne intasate, alle cacche di piccione nei capelli e all’affitto da pagare cercando di non chiedere più soldi ai genitori e di non mangiare sempre le solite schifezze “perché costano di meno”.

“Chi è di scena?”

In più, all’università facevo poca pratica e tanta teoria, perciò mi iscrissi a un corso di scrittura creativa e interpretazione. Lì incontrai le mie maestre, a cui devo tutto. Emanuela Cocco fu la mia insegnante di scrittura creativa: grazie a lei ho mosso i primi passi come autrice e ho pubblicato il mio primo racconto su una rivista importante. Cristina Aubry, invece, mi ha insegnato tutto ciò che so su come si esplora e interpreta un testo, con la voce e con il corpo. Fu lei che mi propose di farle da aiuto regista per la compagnia teatrale che dirigeva, “Gli Squinternatissimi”, e io accettai con un gridolino di giubilo: era la prima offerta di lavoro perfettamente in linea con il mio percorso di studi e con i miei sogni.

Dovevamo mettere in scena una riscrittura di Pinocchio curata dalla regista stessa. Furono mesi di lavoro bellissimi. Arrivavo in teatro sempre di corsa e subito preparavo nei camerini gli oggetti di scena e i costumi, pulivo se ce n’era bisogno e accendevo le casse, i mixer, la consolle delle luci. Poi alla spicciolata arrivavano gli attori e le attrici, con i quali ci mettevamo a turno in un angolino della sala e facevamo memoria del testo, bevevamo tè caldo per la gola e facevamo esercizi vocali, finché arrivava la regista e allora avanti-marsch, “chi è di scena?”.

Pinocchio andò benissimo, la sala fu piena per tutte le repliche. Ma le bollette erano sempre troppo alte rispetto al mio piccolo stipendio.

“Giù lavoro non ce n’è.”

“Lì a Roma almeno hai qualcosa, puoi trovare sempre di meglio, qua giù lavoro non ce n’è.” Per carità, chi si muove.

Dopo Pinocchio, Cristina, la regista e anche attrice di successo (due volte nastro d’argento per il doppiaggio), mi coinvolse in una nuova esperienza: teatro d’appartamento. Diventammo una piccola impresa di spettacolo per le abitazioni private dal nome “Stasera Noi da Voi”. Preparavamo spettacoli con drammaturgie originali da mettere in scena nelle case di clienti che ci contattavano in occasione di una festa, un compleanno, una sorpresa.

Ancora una volta potevo vivere di teatro e lavorare con la recitazione. Ma i mesi passavano, e io dovevo chiedere ancora l’aiuto da parte dei miei genitori per pagare l’affitto, per fare la spesa, per le bollette. Roma iniziò a starmi stretta, con la sua immondizia strabordante, con i mezzi sempre stracolmi e i prezzi altissimi. Non riuscivo più nemmeno a scrivere, era come se non trovassi più storie da raccontare. Guardavo dalle finestre dell’appartamento che condividevo e c’erano sempre gli stessi colori. A casa mia, a Maratea, i colori cambiano di continuo nell’arco di una sola giornata. Il mare è cobalto di prima mattina, ottanio a mezzogiorno, turchese nel pomeriggio e indaco al tramonto. Resistetti per pochi altri mesi, poi ringraziai di tutto cuore e con Cry Baby di Janis Joplin nelle orecchie, tre valigie e il biglietto di un pullman, tornai giù. 

“E mo che fai?”

Per quanto possa essere sognatrice e con la testa tra le nuvole, se c’è una cosa che mi caratterizza è la testardaggine. La domanda che mi veniva posta era sempre la stessa, “E mo che fai?” e anche la mia risposta, nonostante il retaggio delle parole di Satana, era sempre la stessa: voglio vivere di teatro e lavorare con la recitazione. Io voglio scrivere e recitare quello che scrivo.

Mi iscrissi al Servizio Civile Nazionale presso il Comune della mia città. Non era un vero lavoro, davano un piccolo rimborso spese e quella domanda mi perseguitava di continuo, ovunque. Così iniziai a inviare il mio curriculum per qualsiasi tipo di lavoro.

Poi un giorno lessi il racconto più bello che sia mai stato scritto, Il giovane gambero di Rodari. È la storia di un gambero che decide di camminare in avanti e non indietro come fanno tutti gli altri. Nonostante la sua famiglia lo scacci e tutti lo rifiutino, il giovane gambero continua per la sua strada camminando come crede.

Ripresi a scrivere tutti i giorni.

“Tu scrivi?”

Al servizio civile portavo sempre con me un quadernino in cui mi appuntavo tutto ciò che mi veniva in mente: descrizioni, frasi, idee, tutto. I colleghi mi proposero di scrivere e interpretare una drammaturgia per una rievocazione storica dello sbarco e della traslazione delle reliquie di San Biagio, il Santo Patrono di Maratea, attorno al quale ruota una leggenda antichissima che risale all’Alto Medioevo. Per la mia città, la storia di San Biagio è come il Santo Graal. Te la insegnano da quando sei piccolo, perciò sentivamo la pressione di creare qualcosa che non offendesse la memoria popolare e che avesse valore culturale.

San Biagio e il giovane gambero

Intitolammo la rievocazione Una luce dal mare. Arrivò il giorno fatidico. Avevamo coinvolto chiunque volesse partecipare come figurante in abito, c’erano anche bambini e cavalieri a cavallo, ma non appena ci rendemmo conto di tutta la gente venuta ad assistere, la tensione salì al cielo. A maggio, in una località costiera della città, grondavamo di sudore in quegli abiti di panno, con i cappucci sulle teste e il trucco. Diedi io il “chi è di scena?” e via, in silenzio ognuno al suo posto. Avevo paura che qualcuno avrebbe dimenticato cosa doveva fare, avevo paura di cadere, che i cavalli potessero imbizzarrirsi, che l’audio non andasse bene, che qualcuno si facesse male.

Avevo paura che la mia terra mi avrebbe rifiutata, come il giovane gambero. Ma dopo l’inchino finale, guardai il pubblico e mi accorsi che il silenzio che riempiva l’aria era dato dal fatto che tutti avevano la voce rotta dalla commozione. Ci applaudirono per tantissimo tempo, il fotografo assoldato per l’evento non riuscì nemmeno a scattare una foto istituzionale perché tutti corsero ad abbracciarci e a complimentarsi, in un vortice di pianto comune.

Tutti quei pianti, quel sudore e quelle paure ci valsero un riconoscimento importante: Una luce dal mare fu inserita nel calendario degli eventi per l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, e tutt’ora è un appuntamento annuale per la città di Maratea. Fummo felicissimi e ne siamo ancora orgogliosi.

“E mo che fai?” “Voglio raccontare le storie e insegnare a farlo”

Esplosa la pandemia il teatro si è fermato. “E mo che fai?” La domanda è tornata di colpo come una sfilettata. Che fa il giovane gambero? Da quasi un anno ho fondato In Fabula. Fucina Letteraria, un laboratorio presso cui tengo corsi di scrittura creativa on line e presto, pandemia permettendo, anche corsi di teatro dal vivo. La risposta a quella domanda è sempre la stessa, ma con un’aggiunta, perché solo le cose inanimate non si evolvono. Voglio ancora vivere di teatro e lavorare con la recitazione. Voglio raccontare le storie e insegnare a farlo. Perché le storie sono un modo per tornare alla vita. Le storie siamo noi, chi le racconta e chi le ascolta.

Andrà lontano? Farà fortuna? Raddrizzerà tutte le cose storte di questo mondo? Noi non lo sappiamo, perché egli sta ancora marciando con il coraggio e la decisione del primo giorno. Possiamo solo augurargli, di tutto cuore: Buon viaggio!

Il giovane gambero, Gianni Rodari

Giulia Maestri

Laureata in Teorie e Tecniche dello Spettacolo presso la Facoltà di Lettere de La Sapienza, è autrice di racconti e drammaturgie. Nel 2013 pubblica la sua prima storia su La nuova ecologia e nel 2021 una su Plop Stories; nello stesso anno ha fondato In Fabula. Fucina Letteraria, un laboratorio presso cui tiene corsi on line di scrittura creativa. Nata, cresciuta e tornata a Maratea. Nel tempo libero gestisce un canale Youtube e una pagina Instagram in cui parla di folklore popolare e letteratura fantastica.

I Laureati
I Laureati
Articoli: 84

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Non perderti le avventure degli umanisti! Iscriviti alla newsletter

Leggi la nostra privacy policy e registrati: in cambio consigli, storie umaniste e aneddoti. Non più di una volta al mese