giornalista freelance

Un’intervista di risonanza internazionale, a tua firma, su una testata di caratura nazionale: certo essere giornalisti freelance è bello, almeno fino a quando non realizzi cosa significhi davvero. Una professione che richiede un lungo e provante addestramento, anche alla disillusione.

L’articolo di Gianluca Notari

Fa un caldo boia, oggi. Roma d’estate non si tiene, e se ti vesti pure con giacca e cravatta le possibilità di arrivare al tramonto con qualche milligrammo di sali minerali in corpo si fanno sempre più residuali. Un collega giornalista, una volta, mi ha detto che i giornalisti li riconosci perché hanno cravatte colorate e scarpe comode. Ecco, io quel giorno neanche le scarpe avevo scelto bene. Volevo fare bella figura, era la prima vera intervista che facevo. Ero nervoso, avevo caldo, e pensavo che un’armatura di colori pastello sarebbe stata d’aiuto.

Sono un giornalista freelance, signore?

Alle 8.30 ero già al Circo Massimo, nonostante l’appuntamento all’Ambasciata fosse alle 9, in una traversa di via delle Terme di Caracalla. Avevo ventitré anni ed ero uno stagista Rai, ma in quell’occasione ero semplicemente Gianluca, giovane giornalista freelance che si interessa alle questioni relative al Medio Oriente.

Freelance, poi. Non sapevo neanche cosa volesse dire. Semplicemente, era successa una cosa di cui volevo parlare. Anzi, volevo che l’ambasciatrice ne parlasse, e volevo essere io ad intervistarla. L’argomento era lo spostamento della capitale dello Stato di Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Gerusalemme è una città complicata, meravigliosa, contraddittoria, stupefacente. C’è un luogo sacro ad ogni angolo, ma i militari sono anche di più. L’avevo visitata due anni prima, nel 2016, e l’equilibrio tra israeliani e palestinesi mi era già sembrato instabile. Nell’estate del 2018, invece, la situazione sembrava fuori controllo.

Le proteste di piazza scoppiate in seguito allo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme erano state tante, dure, rabbiose, così come lo furono le conseguenti repressioni da parte delle autorità israeliane. Nonostante la decisione out of the blue da parte di Donald Trump fosse sembrata, ai più, del tutto inaspettata e priva di reale necessità, i principali quotidiani italiani si prodigavano con decisione nel fornire prove a chi, con ecumenico spirito critico, li accusa di cronico cerchiobottismo e, nei casi più gravi, di democristianità terminale.

Elettrizzato e in attesa, signore

Torniamo a me. Deciso ad uscire dal bozzolo di fotocopie a cui ero relegato nella redazione di Report, comunicai alla direttrice di produzione che domani sarei stato via per la mattinata: “Vado a fare un’intervista”, le scrissi nella mail. Punto.

Cravatta verde bottiglia, scarpe marroni e camicia bianca d’ordinanza, spedito mi dirigo al portone dell’Ambasciata. Era di ferro battuto e incastonato in un arco di edera verdissima, e forse è ancora così. Citofono, rispondono, dico che ho un appuntamento con l’ambasciatrice, mi aprono. Il direttore della testata online – ah, l’online, ultima frontiera del libero pensiero! – con cui mi ero accordato per l’intervista sarebbe stato fiero nel vedermi lì, nella sala d’attesa, vestito di tutto punto. Mi avrebbe dato cinquanta euro per quell’articolo, ma i soldi erano l’ultima cosa che mi interessava: stavo per uscire con un’intervista di risonanza internazionale, su una testata di caratura nazionale, e il pezzo sarebbe stato firmato da me. DA ME! Avevo ventitré anni ed ero elettrizzato.

L’ambasciatrice, naturalmente, si aspettava che l’intervista fosse in inglese e io, altrettanto naturalmente, non ci avevo pensato. Dopo una quarantina di minuti e una discreta sudata, l’intervista era fatta. Era andata bene, e io ero felice.

Tornai in via Teulada, nella sede Rai, e approfittando del taaaaanto tempo libero di cui godevo, dall’alto della mia posizione di prestigio all’interno della redazione, cominciai a sbobinare l’intervista. Inviata la mail con l’intervista la mattina seguente, passai le successive ore refreshando la home page della testata.

Nulla.

Sono un giornalista freelance, signore!

Passavano le ore, i giorni, e io rimanevo sospeso, senza notizie. Indeciso sui prossimi passi, sicuro solamente del fatto che sarebbero stati del tutto incerti, decisi per una seconda mail. Chiedevo perché, come mai, cosa diamine stesse succedendo.

La risposta si fece attendere un giorno intero. Ero appena arrivato in Sardegna per delle tardive ferie di ottobre, e quello che c’era scritto in quella mail non era ciò che mi aspettavo – anche se qualcosa, ormai, mi diceva che di quell’esperienza sarebbe rimasto solamente un ricordo e nulla di scritto. Il pezzo, infatti, non sarebbe mai uscito. Della motivazione, qualsiasi essa fosse, non ne venni mai a conoscenza. Avevo ventitré anni, ero confuso, e avevo appena capito cosa volesse dire il termine “freelance”.

Gianluca Notari

Una triennale in Storia, Antropologia e Religione, una magistrale in Antropologia Culturale. Nato e cresciuto a Roma, poi Bologna, Milano e ancora Bologna. Vivo di notte e di pomodori, sopravvivo facendo il giornalista. Ho ventotto anni e mi guardo attorno con cinica ironia.

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