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Dall’università alla grande distribuzione: storia di prosciutti in faccia

Il cammino verso la laurea può essere intralciato da molti nemici, anche da prosciutti e provoloni ribelli che faticano a stare sugli scaffali. Imparare a guidare un transpallet nella grande distribuzione fa comunque meno paura dell’ignoto post università.

L’articolo di Noemi Didonna

A 23 anni ero convinta di laurearmi giusto in tempo per rientrare nell’ultima sessione del primo anno fuori corso, ma un nemico più grande della pigrizia stava per incontrare il mio cammino all’università: la grande distribuzione. Dopo essere stata gentilmente cacciata dal vecchio studentato periferico a Bologna, decisi di prendere una casa in affitto con delle amiche. Necessitavo di un lavoro per mantenermi, così iniziai a scontrarmi con il mondo dei cv, delle lettere di presentazione, delle soft skills. L’idea di raggiungere una totale indipendenza mi rendeva serena, meno in colpa per aver fatto un percorso universitario precario.

Commessa o contorsionista?

Dopo tre colloqui finalmente, stracciai un contratto d’apprendistato come addetta alle vendite con una grande multinazionale tedesca. Da subito venni formata nell’ottica di compiacere gli ideali dell’azienda: velocità, forza, massima efficienza. No, non era un gioco né una passeggiata, ma ero giovane, desiderosa di apprendere e stranamente confidavano nelle mie capacità.

Nel bel mezzo delle numerose mansioni che competono ad una commessa, alcune di queste potenzialmente deleterie per una già altalenante salute, un momento quasi epifanico corrispose al mio temerario tentativo di infilare quante più confezioni di salumi negli scaffali del banco frigo, posizionandoli pure secondo una logica di vendita. Identificai ben presto il più alto tra i ripiani come un nuovo nemico, specialmente perché mi sarei dovuta arrampicare alla base del frigo e con una mossa da circense procedere alla meticolosa catalogazione dei salumi.

Presa a “prosciutti in faccia”

Una delle prime volte, il responsabile in turno propose spocchiosamente il suo aiuto, notando il metro e sessanta di statura. L’azienda non era ancora riuscita a piegare la mia anima al profitto, ma caspita se mi aveva fatto nascere addominali di ferro e braccia da culturista. Orgogliosamente rifiutai il suo braccio affermando che la mia ultradecennale esperienza da ballerina mi avrebbe reso agile e flessibile. La verità era che non avevo a che fare con passi di danza: erano prosciutti ed erano ben più temibili. Quegli stessi salumi da me riposti a stantuffo mi caddero rovinosamente sul corpo scolpito, sui piedi da ballerina e sul pavimento. Uno dietro l’altro, i prosciutti schiaffeggiarono il mio orgoglio prendendosi gioco delle mie abilità. Quel giorno furono i prosciutti, un altro il provolone dolce, l’altro ancora il vino da 1,99 cent. fatto abilmente scivolare a terra.

Tra i vari tentativi di celare i misfatti e le mille disavventure, i prosciutti sul viso mi apparvero come gli schiaffi di mia madre. Una realtà letteralmente sbattuta in faccia? Forse sì, quella in cui l’addetta vendita nella GDO non era il lavoro per me e che probabilmente sarei rimasta per sempre una LAUREANDA in Dams senza mai trovare il coraggio di cambiare la desinenza -ANDA in -ATA. Così chiusi per sempre con i prosciutti per riaprire i libri.

Pane e Tarantino

Dopo le dimissioni dalla grande distribuzione riuscii a laurearmi all’università, iscrivermi ad una magistrale non ancora faticosamente conclusa, a trovare un altro lavoro e poi un altro ancora, fino ad esaurimento scorte.

Perché allora avevo avuto l’audacia di imparare a guidare un transpallet al supermercato ma non di dare l’ultimo esame di Drammaturgia? Il timore dei giudizi e dell’ignoto post-laurea mi aveva paralizzata. Forse i prodotti mi picchiavano per mandare un segnale: quello non era il posto adatto a me, alle mie aspirazioni. Piuttosto è adatto a persone molto più intraprendenti di me, perché l’università ti spinge a una vita spalmata sul divano, a immaginare storie, a scovare significati filosofici perfino nel Grande Fratello. Se per mia madre avrei dovuto assaporare unicamente pane e Tarantino, adesso ricordo ancora che sulla bilancia di quel supermercato il numero 300 corrisponde alle zucchine e il 240 alle melanzane. Meglio sapere qualcosa in più che qualcosa in meno.

Noemi Didonna

Appassionata di tutto, esperta in niente. Amante del rock, ma ascolto Harry Styles in sessione privata. Divisa tra Antonioni e Checco Zalone, vorrei comunicare l’incomunicabile come il primo ma mi ritrovo a canticchiare le canzoni del secondo. Sono laureata in Dams, in amicizia detto “soubrettismo”, il che non aiuta per il lavoro ma almeno non mi impedisce di trovare una stanza.

Immagine di copertina, crediti: Cibo vettore creata da stories – it.freepik.com

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I Laureati
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