Come diventare giornalista, una guida semi-seria

Come diventare giornalista

Tra sado-masochisti armati di penna e taccuino e illusioni sfatate, per diventare giornalista conoscere il tedesco può essere decisamente liberatorio.

L’articolo di Giorgia Preti.

“Vuoi fare la giornalista? Ma no, sono tutti dei venduti”, “È troppo difficile trovare lavoro”. Queste sono due delle frasi che più spesso mi sono sentita ripetere nell’arco dei miei studi e della mia, relativamente breve, esistenza. Se state leggendo questo articolo, anche voi probabilmente avete interesse per questo mondo bizzarro e popolato da sado-masochisti armati di penna e taccuino. Questa, quindi, vuole essere una guida semi-seria su come diventare giornalista: dall’inizio alla fine (più o meno). Prima di iniziare a leggere, sappi che se lo farai con questa canzone in sottofondo sarà ancora meglio: “Pressure” (Billy Joel)

In principio era un’illusione

Nessuno ci prepara da piccoli alla crudeltà del mondo. Nessuno ci dice che una volta agguantato un sogno in tanti proveranno a calpestarlo. Chi si è messo in testa di fare il giornalista, questa cruda realtà la conosce bene. Il primo a incoraggiarmi velatamente, ma con gentilezza, a “desistere” dalla mia aspirazione professionale fu proprio un giornalista all’interno di una piccola casa editrice durante il mio primo stage del corso di laurea triennale. Mi mise in guardia da quelli della sua “stessa specie”, infondendomi il terrore che non sarebbe stato per niente semplice ritagliarmi uno spazio nello spietato mondo del giornalismo.

Il secondo soggetto che cercò di instillarmi il timore di aver puntato a una professione sbagliata fu un professore, durante un corso di giornalismo televisivo della laurea magistrale. Il docente, giornalista locale di lunga data, esordì durante la prima lezione in questo modo: “Ragazzi, partiamo con il dire che non vi consiglio di fare i giornalisti”. Inarcai le sopracciglia, allibita, chiedendomi innanzitutto se non avessi sbagliato aula: ero forse entrata nella stanza sbagliata? Ad una lezione di filosofia antropologica? In quel momento capii che diventare giornalista sarebbe stata una vera impresa, un po’ come la pubblicità di quell’amaro in cui dovevano portare un antico vaso in salvo, “sembrava impossibile…”.

Il concetto di “Schadenfreude”

Per chi non ha avuto il piacere di studiare letteratura tedesca, come la sottoscritta, il concetto di Schadenfreude sta a indicare il sentimento di gioia provocato dalle sfortune o dal tormento altrui. Qui il termine mi serve per descrivere il sentimento che sembrava (e sembra tuttora) animare i giornalisti che incontravo sul mio cammino. Si compiacevano tutti del fatto che, nonostante quella professione fosse in declino, loro ce l’avevano fatta: non come i poveri e giovani praticanti di oggi dequalificati e sottopagati. Cosa vi devo dire? Armarsi di pazienza è l’unica costante della vita e, in questo caso, è indispensabile anche una buona dose di passione. Perché per rispondere alla Schadenfreude occorre costanza, determinazione, flessibilità…e volendo anche una conoscenza base del tedesco, che di termini interessanti e coloriti per definire le persone di cui sopra, ne ha parecchi (vedi Arschlöcher).

La sostanza di cui sono fatti i “pennivendoli”

Una volta assodato che scrivere è ciò che vi rende felici, per arrivare al traguardo non serve altro che trovare qualcuno disposto a credere in voi. Spesso si parte dal basso, arrivando al limite dello sfruttamento, a volte invece si è più fortunati e si riesce ad arrivare all’agognato “tesserino” da giornalista pubblicista (per i più temerari quello da professionista) mantenendo quel pizzico di sanità mentale che basta per correggere gli strafalcioni dei dispacci di agenzia.

Nel mezzo vi auguro, tutto sommato, di trovare ciò che ho trovato io: un mondo difficile fatto di cinismo e sgambetti ma anche di soddisfazioni, di comunicati stampa sconclusionati che sei costretto a pubblicare ma anche di storie autentiche che meritano di essere raccontate, di insulti ignoranti e nomignoli dispregiativi (vedi “pennivendolo” o “giornalaio”), di direttive che non sempre sono condivisibili ma che in un modo o nell’altro ti fanno capire davvero quanto sei disposto a dare per fare ciò che ami. Ad esempio: perdere mesi per compilare le carte necessarie per l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti (la vostra Moby Dick, amici, sarà proprio quella). Ma questa è un’altra storia.

Giorgia Preti

Giorgia Preti

Giornalista per vocazione, “giornalaia” all’occorrenza. Sono un ossimoro vivente: cinica ma empatica, dura fuori ma dolce dentro, agguerrita ma timida. Ho tante passioni, dalla lettura al cinema, ma è la scrittura ciò che mi completa e alimenta la mia essenza.

Credits foto di copertina: People vector created by pch.vector – www.freepik.com

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