Archeologia Scatenata

Nella selva oscura del mondo lavorativo umanista, incredibile a dirsi ma alcuni campi sono ancora più inaccessibili del solito. È il caso dell’archeologia, come testimonia questo articolo. Consigliamo la lettura immaginando un elegante bianco e nero, movimenti al rallentatore e – nelle orecchie – l’Intermezzo di Cavalleria Rusticana di Mascagni.

L’articolo di Rosaria Vitolo

Più che archeologa, sono una pugile.

Alla soglia dei 34 anni, dopo aver navigato nelle acque turbolente dell’archeologia e non avendo ancora del tutto superato lo scoglio del: “Che faccio, insegno?”, mi imbatto ancora nella solita domanda: “Ma è davvero così difficile lavorare nel tuo campo?” E la risposta è sempre la stessa: “Il mio campo è una giungla, è un caos, è una battaglia alle Termopili, non siamo solo 300, ma di sicuro l’indole di tutti noi è spartana”.

Il tutto è iniziato all’età di otto anni, quando una piccola me boccolosa, guardò negli occhi mia madre e disse: “Io voglio fare l’archeologa”. Quella piccolina non sapeva ancora che i suoi grandi sogni si sarebbero scontrati con una realtà piccola seppur imprevedibile.

Ulisse VS Tiresia

Al momento della scelta universitaria non c’erano dubbi. Quel sogno ribolliva ancora nella mia anima. Eppure quel professore, il primo giorno di corso, con quella sua aria un pò dismessa, come un Tiresia moderno, profetizzò: “Ragazzi, vi auguro un futuro glorioso ma il mio consiglio è di buttarvi sulla ristorazione, la situazione per l’archeologia è critica”. Niente, quelle parole mi fecero solo sorridere e con la stessa caparbietà di Ulisse che vuole tornare a Itaca, andai dritta verso la meta. Certo, qualche stop c’è stato, ma quelli la vita li posiziona ad ogni incrocio. Raggiunto il traguardo della laurea, ero pronta a rimboccarmi le maniche e buttarmi nel mondo del lavoro.

Pesi piuma e archeologia

Si sa che in un round di boxe qualche colpo lo prendi, ma almeno un gancio lo assesti. Ho puntato tutto su quel gancio. E lo faccio ancora oggi. Lo sto aspettando. La mia faccia è un mosaico di lividi di lavori non retribuiti, di porte in faccia, di non risposte, di progetti che non hanno visto la luce del sole e di progetti che recano il nome di qualcun altro, di CV che vagano nell’etere come fantasmi dell’Ade, di “vedremo di fornirti ALMENO il materiale per lavorare al meglio”, di rimborsi spese, di soldi che io non ho mai visto e qualcun altro sì… e di “ ma la carriera universitaria?”.

Nessuna filippica sul Sistema Italia, sulla situazione politica, sulle decisioni del Ministro e la considerazione diffusa per l’archeologia.

Pugni chiusi.

Quando oggi mi chiedono del mio lavoro, rispondo sempre : “Sulla carta sono archeologa”. Sì, perché la cosa più archeologica che faccio è scrivere articoli e progetti per valorizzare e conservare il patrimonio italiano. Ah, alcuni di questi ti chiedono di mettere di tasca tua almeno il 20%. (Certo, ho il conto in banca con i fantasoldi di tutti i lavori che non mi hanno pagato, valgono?)

Siamo in tanti, aggrappati al sogno, ad aver ripiegato su altro, qualcuno ha abbandonato del tutto. C’è stato un periodo dove, di necessità virtù (sempre perché i fantasoldi di cui sopra non valgono), ho scavato nelle rughe delle clienti di una profumeria. Continuo tutt’oggi a fare altro, consapevole del fatto che fare l’archeologo è un lusso da ricchi. Perché richiede tempo, tempo per studiare, tempo per ricercare, tempo per fare la gavetta, tempo per fare volontariato e tempo per bestemmiare.

Come un counter puncher

Se non hai una base consistente, questo tempo lo devi inventare. Ma io sono qui e continuo a credere in quel sogno della boccolosa di otto anni, che dopotutto se lo merita. Certo,  qualche montante è stato sferrato. Sono andati a riempire direttamente le tasche della mia anima, come quella volta che collaborai con il bellissimo parco di Barbarano Romano o quando ho rilevato in 3D i reperti dell’Università di Okinawa. Emozioni che non dimentichi. I classici “CheckPoint” che ti confermano non di trovarti sulla strada giusta, ma che l’amore per il tuo lavoro è inesauribile. Ad oggi, continuo a collezionare lividi, ma con meno dolore e molta ironia, in attesa di quel famoso gancio che mandi a tappeto le illusioni.

Ah, l’Italia ad oggi è il paese con più siti UNESCO al mondo (58 siti) e niente, fa già ridere così.

Rosaria Vitolo

Archeologa, disordinata e figlia illegittima di Aureliano Buendia. Perennemente alla ricerca dei “discorsi belli che curano l’anima”. Il mio unico credo sono le sensazioni. Ma soprattutto: non mi fido di chi è indifferente al cibo.

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