28 anni precario

Oggi compio 28 anni e realizzo di essere un precario. Così, mentre il mio telefono non fa che vibrare per i messaggi di auguri, ho provato a raccontare qualcosa delle scelte che mi hanno portato fin qui.

L’articolo di Alfredo Bruno [se è brutto, non è colpa della Redazione… ha fatto da solo]

È un po’ come fare due passi sulla spiaggia, d’inverno.

Ti ritrovi davanti il fusto di Ace del ’94, le bottiglie di Peroni in mille pezzi, quei sassi così belli che ti viene voglia di portarli via, ma poi dopo un centinaio di metri li lasci cadere, perché tanto non servono a nulla (e puzzano pure). Una volta mi capitò sotto gli occhi perfino un costume intero da donna, molto elegante a dire il vero. Oggetti irrelati, che le onde hanno portato sulla spiaggia di Francavilla al Mare, provincia di Chieti, bandiera blu a fasi alterne, che qualcuno definisce il posto più bello del mondo. Qualche volta anche io.

Sul popolato bagnasciuga della mia vita lavorativa c’è un po’ di tutto e francamente non so metterci ordine. Ho una partita IVA da tre mesi, alle spalle un contratto indeterminato, un’attività di famiglia da cui mi sono astenuto, formazione offline, online, onlife, continua e intermittente. Sono iscritto alle GPS senza essere mai stato convocato e nella vita ho fatto decisamente troppo volontariato. Dio mio, ma quanto volontariato ho fatto?

Avrei dovuto capirlo da Pirandello che, arrivati a una certa età, l’unica cosa sensata da fare è infrangere tutti gli specchi di casa. Molto meglio farsi carico di una sfiga esatta e misurabile [qui un utile articolo su come togliere il malocchio], piuttosto che rischiare di scoprire che il proprio naso pende implacabilmente verso destra. M’ero però ripromesso di specchiarmi in questo curriculum sepolto nel computer, giunto alla soglia dei 28 anni da precario.

Eppure sapevo cosa stavo facendo

O almeno credo! Perché molto presto mi sono ritrovato sotto l’incantesimo della Musica. Accomodato allo sgabello del pianoforte di casa, agitando in aria i piedi, ho rifiutato – bambino difficile – l’investitura familiare a musico: non per matrimonio combinato ero destinato a innamorarmi.

Accadde molto più tardi, grazie a un negozio di dischi che lucrò sulle mie paghette e una professoressa che per me diede un senso anche alla disgrazia del flauto dolce. Da quel momento, entrarono nella mia vita un sassofono contralto e poi, comprata con tanta vergogna nel negozio di Pescara, una bacchetta da direttore. E un Maestro che mi ha insegnato il mestiere, contestualmente dando forma alla mia maturità (ma questa è un’altra storia). Ero perso per sempre.

Non credo di aver mai avuto altre certezze nella mia vita, se non quella di voler diventare un direttore d’orchestra.

Come si avvera un sogno?

Non è questione facile. Perché la musica ti mette costantemente davanti alle tue mancanze, ai difetti, ai mille motivi per cui è difficile chiamarsi musicista di professione… per come è fatto il mestiere, la definizione dipende spesso da qualcun altro.

Soprattutto, perché è piuttosto evidente come la musica classica stia scomparendo dalle nostre vite. Una lineare legge del mercato suggerisce come senza domanda non possa esistere un’offerta, quindi un mestiere, quindi un curriculum da portare in giro [a chi, poi? non ci sono HR per i direttori d’orchestra]

Infine, non avevo considerato quanto possa essere difficile chiamar per nome le proprie aspirazioni. E non mi riferisco solo alla musica. Perché chiunque abbia provato a sognare sa quanto possa fare male. Ad ogni rifiuto e ad ogni abbraccio dei nostri familiari, ad ogni volta che ci arrestiamo da soli per non ripetere il solito cerchio.

Com’è che si avvera un sogno? Sicuramente affrontandolo, perché in realtà fa paura più di un incubo.

Divago ergo sum

Sarò onesto: nonostante i concerti, le trasferte, i concorsi, sparuti segnali che il sogno potesse funzionare, ho provato vergogna. Vergogna d’una vita appesa totalmente all’aiuto di mamma e papà.

È così strano allungare la strada, quando si ha chiara la meta? Se fosse solo il desiderio di vedere il più possibile nel mezzo e capire qualcosa di sé? Se fosse anche un po’ di paura, per non ritrovarsi a mani vuote dopo anni di cammino vittime d’una fatamorgana?

Quella certezza della mia vita è rimasta salda, fra le divagazioni da precario. Volevo capire meglio il mio mestiere: così ho cominciato a lavorare in una sala da concerti, dove ai musicisti di professione portavo acqua e frutta, dove agli ascoltatori vendevo biglietti e abbonamenti, dove per la musica facevo i post su Facebook. E cercavo soldi, qualche volta trovandoli pure.

Così ho scoperto che oltre gli spartiti c’è una sala in ascolto, che fuori da quella sala c’è un mondo che gira vorticosamente senza curarsi di ciò che facciamo, di noi presi a realizzare le nostre aspirazioni. Perché dovrebbero? Eppure a tutto questo il mio cuore s’è spezzato… che senso ha un sogno che non parla agli altri?

Ho fatto volontariato nelle forme migliori e peggiori, ho scritto gratis per le riviste (mi accontentavo dei libri in regalo), ho aperto un blog che si prende le mie ore di sonno migliore, sono volato in Africa per quattro volte. Mi disinteressavo di ciò che sta fuori dalla musica, mentre ora ne sono ostaggio.

Divagando, ho perso la strada?

Felicemente precario

Alla fine, ho scelto di tornare su quella battigia di Francavilla al Mare. Ho chiesto aiuto a mamma e papà. Ho scelto un lavoro nell’arte contemporanea, che non mi mantiene a sufficienza, mi conferma precario, ma mi lascia libero. E piuttosto sereno.

Non credo di aver mai avuto altre certezze nella mia vita, se non quella di voler diventare un direttore d’orchestra. Solo che poi è arrivata la vita e a me non piace dire di no.

Così, passo dopo passo, ho calcolato l’ampiezza del mio sogno e ho capito di non volerlo vivere come pensavo da ragazzo, immaginandomi a La Scala. Ho imparato che paura, dolore, vergogna fanno parte di una ricerca che va un po’ oltre la sfera professionale e sfiora l’essenza della nostra serenità. Ho accettato che per essere felici abbiamo bisogno di prenderci del tempo, accumulare esperienze per dare forma al nostro progetto personale, accettare una mano da chi ci vuol bene.

E qualche volta di un po’ di lavoro precario:

L’Ensemble Baccano è un’orchestra composta da giovani musicisti abruzzesi sotto i trent’anni, promossa dall’Associazione Identità Musicali, di cui Alfredo Bruno è direttore artistico e presidente. L’idea è di promuovere un’occasione lavorativa per studenti e diplomati all’inizio delle loro carriere, ma soprattutto un dialogo col pubblico, fino a ripensare le forme classiche di concerto. Musica classica e vita quotidiana entrano in contatto, per dimostrare quanto ancora possano dare l’una all’altra.
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Alfredo Bruno

Alfredo, co-autore del Blog (visto da Camilla): Alfredo ha talmente tante passioni e qualifiche che questo spazio non permette di descriverle tutte. Su tutte la musica, tanto da far sfigurare persino Shazam se non oltrepassiamo la soglia degli anni ‘80. Se imparasse a dire no più spesso riuscirebbe sicuramente a dormire la notte, ma non lo fa mai. Se l’avesse fatto, però, forse questo blog non sarebbe mai nato.

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